
Ieri sera ho visto
Agorà, l'ultimo film di Alejandro Amenàbar. In breve, il film parla delle difficoltà della filosofa Ipazia, nlla Alessandria d'Egitto del IV secolo dopo Cristo, ad essere accettata come donna laica e amante della scienza in un contesto in cui il fanatismo religioso (prima di tutto quello cristiano) si fa largo.
Molti di quelli che hanno visto il film, con me e prima di me, lo hanno commentato in termini di "scontro" tra la scienza e la fede. Sbaglieremmo, però, a mio avviso, a considerare questo film solo da questo punto di vista, perché non si tratta (solo) di questo. Gli scontri religiosi, le tensioni sociali, i grandi sommovimenti che hanno fatto, nel bene e nel male, la storia di questo spicchio di mondo, hanno una ragione più profonda, che nella pellicola del regista spagnolo si evince, anche se non facilmente.
I disordini che il film ritrae non nascono per colpa dello scontro tra le fedi (cristiani contro ebrei e pagani), né una semplice vittoria su tutti i fronti della scienza avrebbe migliorato la situazione: Ipazia, infatti, per come è descritta nel film, è anche lei una fondamentalista, una che dedica tutta la propria esistenza alla ricerca. Quindi, un po' secchiona e un po' troppo saccente per essere simpatica.
In realtà, il messaggio che ho colto nel film è quello della pericolosità della debolezza della politica. A rendere ingestibile la situazione è la scarsa presenza politica del prefetto innamorato di Ipazia, che non interviene neanche quando esplode la violenza in città. A rendere invivibile Alessandria, perciò, non è lo scontro tra scienza e fede, ma l'assenza della funzione regolatrice e super partes della politica.
Il film dimostra che quando la politica è debole si fanno largo le lobby, e se la politica non reagisce, queste diventano sempre più forti: è il caso dei predicatori (come Cirillo), o dei tecnocrati (Ipazia che, pur non avendo incarichi e dunque non dovendo rendere conto al popolo delle sue posizioni, orienta in modo sconveniente le decisioni del prefetto). A quel punto, la situazione esplode, come ad Alessandria. E c'è ben poco da fare.
La "colpa" di quello che accade nel finale, insomma, non è dei cristiani. E' dell'Impero Romano, è della politica.