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Questi partiti possono fare le riforme istituzionali?

Sabato 18 Febbraio 2012, 11:22 in Analisi politiche, Current Affairs di

I partiti che oggi stanno ridisegnando le nostre Istituzioni sono in deficit di credibilità e di rappresentanza. Sono dunque legittimati a farlo?

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I segretari dei principali partiti che sostengono Monti, Alfano Bersani e Casini, hanno cominciato il dialogo sulle riforme istituzionali: in agenda, come è noto, c'è il taglio del numero dei parlamentari, la legge elettorale, l'eliminazione del bicameralismo perfetto, e altro.

La domanda che mi viene in mente, vedendo l'inizio di questo percorso, è: questi partiti, per come sono e come li conosciamo (in crisi, fuori dall'Esecutivo, responsabili di molte difficoltà italiane) hanno il diritto di ridisegnare il funzionamento del nostro Paese? Hanno la legittimità politica e la credibilità per assumersi l'onere di una riforma così complessa?

Possono farlo, per alcune ragioni che cerco di sintetizzare:

  • banalmente, perché non ci sono alternative a loro. Loro sono in Parlamento, loro hanno ottenuto i voti degli italiani, e quindi loro sono gli unici che possono farlo;
  • altrettanto banalmente, perché anche loro non hanno alternative: la nascita del Governo Monti è stata la certificazione del fallimento di un'intera classe dirigente. Per salvarsi dal fallimento totale, non hanno altra scelta che prendersi almeno il merito di qualche riforma importante;
  • possono farlo perché, nonostante la Seconda Repubblica sia riassumibili in una storia di fallimenti su questi temi, i protagonisti di oggi non sono i protagonisti dei tentativi fatti finora, anche se non sono completamente diversi. Bersani non è D'Alema (ma quasi), Alfano non è Berlusconi (ma quasi), Casini è oggi un politico diversissimo da ciò che era negli anni 90. Questo vuol dire che i tre protagonisti di oggi possono da un lato prendere le mosse dai protagonisti di allora, che hanno cercato l'intesa sulle riforme, ma allo stesso tempo superarli, andare oltre i loro fallimenti;
  • potrebbero riuscirci perché, paradossalmente, non saranno protagonisti di quello che stanno costruendo. Tra loro ci sono due personaggi, Bersani e Casini, che onestamente sanno che si stanno giocando le ultime cartucce della loro carriera politica, e che dopo questa fase non avranno molte carte da giocare. Per loro, dunque, decisioni penalizzanti per il mondo politico (dal numero dei parlamentari al finanziamento dei partiti) sono più facili, perché non li toccheranno direttamente. Per Alfano il discorso è diverso, ma più profondo: anche se giovane, e dunque con una lunga carriera davanti, per lui il rischio è che a giocare le ultime cartucce sia in realtà il suo partito, il che amplifica il discorso fatto finora;
  • hanno il diritto di farlo perché la loro sconfitta passa per il ritorno alla razionalità comune. Abbiamo (hanno) passato troppo tempo, negli ultimi anni, a delegittimarsi a vicenda, a guardare agli altri come "portatori del Male". Sedersi tutti insieme a un tavolo porta con sé l'ammissione dell'idiozia  di quella strategia: gli altri non sono più il Male, ma degli interlocutori. Già questo ridà credibilità all'intera operazione, riporta nella normalità la dialettica politica. E le riforme - non fatevi ingannare da quanti sostengono il contrario - non si fanno quando la politica si racconta di essere "alta", ma quando è "normale" nella realtà.

Staremo a vedere come andrà a finire. Anche se i partiti attuali non suscitano certo entusiasmo, non abbiamo altra scelta che sperare in un loro scatto d'orgoglio. Che probabilmente ci sarà.

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